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WebTax: cos’è? La dobbiamo pagare?

WebTax: cos’è? La dobbiamo pagare?

Google WebTaxLa WebTax, nota anche come Google Tax, è una tassa volta a regolare dal punto di vista fiscale il mercato delle aziende che operano su internet. Particolare attenzione è posta a quelle aziende che, pur non essendo italiane, percepiscono notevoli introiti muovendosi nel territorio italiano. Ma nel dettaglio cos’è la WebTax? Chi la deve pagare?

La WebTax è stata introdotta all’interno della Legge di Stabilità prevista per il 2014, con un emendamento proposto dalla Commessione Bilancio della Camera. Le più grandi aziende che lavorano sul web, come ad esempio il colosso Google (da qui il secondo nome con cui è nota la tassa), pagano meno dal punto di vista fiscale perché adottano un sistema noto come triangolazione commerciale.

Questa tecnica consiste nel creare tre sedi operative per l’azienda: due di queste sono in Europa ma in Paesi che offrono agli imprenditori consistenti sgravi fiscali (un esempio di questi è l’Irlanda) e l’ultima sede è in un Paese fiscale. Questo Paese è scelto in base ad un importante requisito: le entrate delle imprese non vengono in alcun modo tassate. Ne consegue che, pur potendo operare su tutti i mercati, l’azienda pagherà solo le tasse previste nel Paese che offre gli sgravi fiscali con una conseguente diminuzione del 30% della cifra che dovrebbe pagare.

Questa operazione, pur essendo poco corretta, è comunque completamente legale. Pertanto, al contrario di quanto sostenga qualcuno, non si tratta assolutamente di evasione fiscale. Il motivo principale per cui questo è possibile è l’assenza di una legislatura unica europea in questo campo. 

Le grandi aziende hanno capitali miliardari ma nelle casse dello Stato Italiano non entra niente del guadagno che ricevono operando nella nostra penisola. Dunque, è proprio per recuperare questi soldi che è stata proposta la WebTax, ma non solo. Infatti, le aziende estere non sono le uniche ad offrire servizi tramite internet sul nostro territori. Anche molte aziende italiane, dal calibro decisamente minore, occupano il loro posto nel mercato virtuale. Queste, però, sono tassate secondo le norme vigenti in Italia e, pertanto, risultano enormemente penalizzate e svantaggiate rispetto alle concorrenti.

La soluzione che era stata trovata inizialmente era quella di imporre l’obbligo di partita IVA italiana per tutti coloro che commerciano o vendono pubblicità su internet. Il testo della proposta è stato però bocciato per la parte inerente l’e-commerce (il commercio elettronico) già prima di arrivare alla Camera. L’onerevole Francesco Boccia del PD è stato da subito il deputato che maggiormente ha premuto per una validazione della WebTax. L’insuccesso registrato da questa l’ha fortemente deluso, tanto che ha commentato che l’accaduto “dimostra una preoccupante subalternità economica e culturale alle multinazionali americane del Web“. 

La WebTax, così come è stata progettata, ha un solo vantaggio ma sostanziale. L’Italia riceverebbe parte di quelle entrate che in condizioni normali sono riservate esclusivamente a paesi a regime fiscale agevolato. Si tratta di una cifra importante, basti pensare che per tutto il 2012 Google, grazie alla triangolazione commerciale, ha evitato di pagare ben 9 miliardi di euro di tasse.

Gli introiti per l’Italia ammonterebbero quindi ad una cifra piuttosto grande, soldi decisamente utile viste le condizioni economiche attuali del nostro Paese. D’altro canto la WebTax presenta due grandissimi svantaggi. In primo luogo presentare una partita IVA italiana non equivale a versare un’imposta sul reddito. Questo perché avere una partita IVA non significa necessariamente, secondo il regolamento dell’UE 282/2011, un’organizzazione stabile. Ma, soprattutto, la WebTax può essere considerata come illegale in quanto va in conflitto con le normative dell’Unione Europee che privilegiano il libero mercato. 

In definitiva, la WebTax presenta più lati negativi che positivi. Inoltre, se dovesse entrare in vigore così com’è, comporterebbe dei seri svantaggi anche per i piccoli imprenditori italiani, i liberi professionisti, coloro che vendono pubblicità su internet ed i freelance.

Resta quindi il dubbio sulla reale utilità della WebTax. La domanda che vi rivolgiamo è secondo voi se vale la pena registrare delle perdite per il mercato virtuale italiano per ottenere il pagamento delle tasse dei colossi esteri. Qui una simpatica interpretazione di Gianmarco Annese circa la reazione di Google alla WebTax.

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  • douglas00

    Inizio io con i commenti: facciamo l’esempio di un blog di nicchia di un cittadino italiano, anzi di un forum di nicchia, quindi in questo caso il proprietario del sito neanche ci scrive nel sito, l’ha solo creato e messo online: essendo di nicchia riceve richieste di aziende per pubblicare il loro banner nel suo forum.
    Se la web tax venisse bocciata dall unione europea, potrebbe il cittadino italiano NON dotarsi di partita iva italiana come fa google, registrando il sito con una società in paesi come Irlanda, Inghilterra, Bruxells? Avendo anche il server del sito all’estero?
    Se google opera in italia non avendo la partita iva italiana, può anche il cittadino italiano operare in italia senza partita iva italiana registrando tutto all’estero?
    Le tasse sul reddito il cittadino italiano residente in italia le pagherebbe comunque in Italia, ma le tasse societarie verranno pagate nel paese in cui ha sede la società/sitoweb.
    Ovviamente se il sito ospita banners non solo italiani, ma appunto anche italiani.
    In Inghilterra le società possono decidere di non aprire la partita iva se il loro giro d’affari annuale non supera le 70.000 sterline.

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