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Progetto Knowledge Graph di Google: è tutto oro quello che luccica?

Quando digitiamo le nostre parole chiave su Google, in realtà, non stiamo cercando solo la ricorrenza di quei termini sulle rete, quanto un nucleo semico, un insieme di elementi e informazioni che ruotano intorno a quelle entità che con le parole hanno nominato. Google lo sa, e per questo sta tentando di mettere a punto un sistema in grado di compiere un salto di qualità nella ricerca internet, Knowledge Graph.

Si tratta di un progetto che dovrebbe rendere il motore di ricerca di Mountain View più intelligente. Come? Allestendo un’altra forma alla struttura di relazioni che articola i contenuti accumulati dagli spider di BigG. Dovrebbe rappresentare una svolta, perché dalle parole si passerebbe a una ricerca incentrata sulle cose. Tradotto in altri termini, come responso della ricerca del termine “William Shakespeare” non avremo solo una serie di link contenenti questa parola, ma saranno raccolti, ordinati e presentati tutti i contenuti riferibili all’immagine di William Shakespeare.

Oltre a elementi anagrafici, come luogo e data di nascita, sarebbero segnalate le sue opere, i misteri legati alla sua identità, il periodo storico, eccetera. Un salto qualitativo verso una nuova concezione di ricerca che, se si dimostrerà vincente, consacrerà un monopolio Google destinato a regnare per diversi anni a venire. Alla base del progetto Knowledge Graph uno sterminato inventario di oggetti: 500 milioni secondo la stessa Google, che corrispondono a un totale di 3,5 milioni di contenuti correlati.

Malgrado i numeri possano apparire impressionanti, serve altro per offrire un responso davvero rilevante. Mountain View è interessata a sviluppare l’intelligenza della ricerca analizzando i percorsi compiuti dai suoi utenti. Vuole imparare da noi come congiungere i differenti contenuti. La macchina simulerebbe una versione statisticamente attendibile delle nostre decisioni difronte alla parola di ricerca selezionata.

Facciamo un esempio. Se cercando David Cronenberg Google rileva che la maggior parte degli utenti preferisce la sua filmografia, allora selezionerà come rilevanti suoi film e non le sceneggiature. Una logica tanto semplice quanto efficace, almeno sulla carta. L’unico interrogativo che getta un cono d’ombra sul nobile proposito di migliorare la ricerca nella rete è: ci conviene davvero che un unico ente privato abbia in mano le chiavi d’accesso al più grande sistema di conoscenza che l’uomo ha mai creato?


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